“Campi di energia utopica” nel Rinascimento Italiano

Vita Fortunati

Resumo


Riprendendo una espressione di Italo Calvino nei suoi scritti sull’utopia cercherò di dimostrare che in Italia più che una tradizione di utopie letterarie si trovino “campi di energia utopica” che vanno identificati accostando l’invenzione del paradigma utopico con altri agenti di mutamento nel mondo sociale e politico e altre forme di strutturazione dell’immaginario sociale. In tale prospettiva è fecondo studiare le frontiere mobili dell’utopia, i processi di ibridazione tra le componenti del paradigma utopico e l’utopismo, così come l’interazione e l’osmosi tra diverse forme dell’immaginario sociale. In questo senso per il campo utopico italiano appare riduttivo limitare il termine utopia entro confini troppo stretti che si limitino all’utopia come genere letterario.

Tenterò innanzitutto di analizzare le ipotesi che gli studiosi di Utopia hanno formulato per spiegare perché in Italia, dopo la fioritura delle utopie della Controriforma, l’utopia taccia per quasi due secoli , per poi ricomparire nella seconda metà dell’Ottocento e con le distopie del Novecento. L’Italia, come la Spagna, ha rappresentato per gli studiosi dell’utopia un caso particolare rispetto ad altre tradizioni europee, specie quella anglosassone, dove si osserva una molto più precisa canonizzazione ed una maggiore continuità temporale dell’utopia come genere letterario.

Come modello per illustrare il concetto di “campi di energia utopica” mi focalizzerò sul Rinascimento, un periodo storico nel quale queste energie innovative sono particolarmente evidenti e partirò da una analisi del Principe di Machiavelli. Come già aveva sottolineato lo storico delle utopie confrontare il Principe di Machiavelli con Utopia di T. More significa individuare tensioni utopiche nel testo del fiorentino (nonostante le sue affermazioni contro le progettazioni utopiche nel capitolo XV) e ravvisare elementi di politica disincantata in quello dell’inglese. Tale raffronto mette in luce come il dibattito umanistico- rinascimentale si muova fondamentalmente proprio tra l’Utopia di T. More e la scienza politica di Machiavelli, in uno scenario di straordinaria fortuna di Utopia nella tradizione delle teorie del pensiero politico europeo.

Il successivo dibattito in Italia sulla città ideale tra Quattrocento, Cinquecento e prima metà del Seicento evidenzia una reciproca contaminazione tra il pensiero utopico e le riflessioni metodologiche e progettuali architettoniche. Gli scritti teorici degli architetti che hanno studiato la città come campo di creazione e luogo di creatività e le utopie che propongono un ‘contro-spazio’, base e supporto per una ‘contro-società’, rivelano un duplice movimento, una duplice tensione: da una parte l’immaginazione utopica cerca di appropriarsi del linguaggio dell’urbanistica e dell’architettura, dall’altra l’urbanistica si coniuga con e tende verso l’utopia. Nel periodo rinascimentale la costruzione delle città ideali è intimamente connessa alle istituzioni socio-culturali e intercorre un dialogo vivace tra i trattati architettonici urbani e le utopie coeve. Questi due aspetti sono interrelati: da un lato infatti le città utopiche rimandano a caratteristiche presenti in città di diverse regioni italiane, mentre dall’altro i trattati teorici presuppongono una chiara tensione utopica verso l’eliminazione delle imperfezioni e delle disfunzioni presenti nelle città reali. 


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