L’utopia della Res publica nei Dialogi di Antonio Brucioli

Francesca Russo

Resumo


Antonio Brucioli è una delle figure più enigmatiche e interessanti dello scenario culturale fiorentino della prima metà del Cinquecento. Nato a Firenze nel 1487, egli ebbe una rilevante formazione umanistica. Fu allievo di Francesco Cattani da Diacceto ed ereditò dal suo maestro una profonda conoscenza del pensiero filosofico platonico ma soprattutto di quello aristotelico. Introdotto dall’amico Luigi Alamanni nel cenacolo di intellettuali fiorentini che si riuniva nei giardini di casa Rucellai, Brucioli ebbe modo di seguire e di prendere parte attivamente alle discussione ivi svolte, in modo particolare sollecitate dalla figura di Niccolò Machiavelli. Fu costretto a fuggire da Firenze, poiché coinvolto nella congiura ordita da alcuni frequentatori degli Orti Oricellari nel 1522 contro i Medici. Vi tornò nel 1527, dopo l’instaurazione della repubblica e fu obbligato nuovamente a lasciare la sua città, in seguito ad un processo in cui lo si accusava di avere fatto pubblica ammissione di “eresia luterana” e di avere rivolto delle specifiche minacce contro i frati di San Marco, eredi politici e religiosi di Savonarola. Intraprese una vita precaria caratterizzata dall’esilio e da numerosi mutamenti di prospettiva politica e da una serrata esperienza nel difficile mondo dello spionaggio a servizio di diversi protettori ( fra cui i Medici). Brucioli scrisse in varie edizioni fra il 1526 e il 1544 i Dialogi, un’opera complessa che testimonia la sua elevata cultura umanistica. In essa sono coinvolti interlocutori importanti, che a volte cambiano nelle varie edizioni a seconda delle esigenze politiche dell’autore. Nell’ambito dei Dialogi, di notevole interesse, e oggetto di questa comunicazione, sono i dialoghi circa la Repubblica, in cui sono coinvolti Bernardo Salviati, Giangiacomo Leonardi da Pesaro, Giangiorgio Trissino e Niccolò Machiavelli. In essi, gli interlocutori discorrono del modello ideale di repubblica. Platone, Aristotele, Cicerone costituiscono riferimenti costanti nel testo. Non mancano accenni indiretti all’opera di Machiavelli, che certamente a Brucioli, frequentatore degli Orti Oricellari come il Segretario fiorentino, era nota. Vi sono anche rimandi specifici all’Utopia di Tommaso Moro che l’autore dei Dialogi dimostra di conoscere bene. 


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