Fra ragion di Stato e nostalgia repubblicana: l’Evandria di Lodovico Zuccolo

Claudio De Boni

Resumo


La dottrina della ragion di stato ispira molta della trattatistica politica italiana nel periodo della Controriforma. Essa nasce da una riflessione, spesso critica, sul pensiero di Machiavelli, giudicato troppo incline a trascurare l’importanza dei freni morali nell’esercizio del potere. In questo senso la dottrina della “ragion di stato” vorrebbe, almeno nelle intenzioni, riproporre quel collegamento fra politica, morale e religione che Machiavelli aveva rotto in nome dell’autonomia della politica, nella consapevolezza che l’esercizio del potere richiede sì comportamenti divergenti rispetto alla morale comune (la forza, la segretezza), i quali vanno tuttavia ricondotti a una dimensione controllata e resa lecita dalle esigenze del governo stesso. La “ragion di stato”, per un altro verso, serve a dare equilibrio alla “ragione individuale”, vale a dire alle aspettative soggettive delle personalità eccelse (in ambito politico, economico, intellettuale), nel tentativo di ricondurle a coerenza con lo scopo generale della conservazione dello stato. Nei suoi trattati politici, e in particolare nella Ragion di stato del 1621, Ludovico Zuccolo si presenta come uno dei più lucidi sistematori della varie questioni sottese alla dottrina della “ragion di stato”. Riprendendo in modo dialettico alcune posizioni dello stesso Machiavelli, in particolare a proposito della centralità del potere politico nei destini umani, egli riconduce la problematica dell’autorità politica e dei suoi giusti comportamenti alle diverse forme e tradizioni dei governi, distinguendo fra gli atteggiamenti richiesti alla conservazione dei sistemi repubblicani e quelli più adatti ai principati o alle monarchie. Nella sua ricognizione sui grandi temi della politica, egli ha occasione di confrontarsi ripetutamente con l’ancora giovane tradizione del pensiero utopistico, scrivendo sull’utopia di Moro e più in generale sull’idea di città felice. Egli pubblica in proprio anche un romanzo utopico, Il Porto, o vero la Repubblica di Evandria, nel quale traspare la sua simpatia per il repubblicanesimo aristocratico, e in cui ha occasione di interessarsi della costruzione del consenso all’interno dello stato ideale.


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