Utopia come scienza escapologica

Gianluca Bonaiuti

Resumo


Nell'intervento, in cui si definisce il profilo dei futuris contingentibus della tradizione metafisica e teologica alla luce della svolta moderna, si prendono in esame quelle logiche costruttive che presiedono allo sviluppo delle architetture immaginarie dell'età moderna. In particolare quelle costruzioni che dovendo assolvere una funzione politica sono chiamate a risolvere alcuni problemi e snodi teorici della modernità. L'esempio della cosiddetta “architettura della Rivoluzione” presenta il problema di progettare costruzioni che devono rappresentare e riunire una società costitutivamente asinodica, o asinoidale (ovvero: talmente numerosa da non poter essere riunita in uno spazio delimitato, sia esso un'assemblea o un "palazzo"). Il sogno di Sieyès di raccogliere tutta la Francia sotto una stessa cupola, risveglia nelle utopie politiche e architettoniche un'ambizione progettuale inedita e ricca di conseguenze. La linea di esplicitazione di queste "spazializzazioni" futurologiche va però ricercata più indietro nel tempo: nell'immagine rinascimentale e prospettica della città ideale; ma forse ancora prima nella cartografia del paradiso terrestre; dispositivi rappresentativi, entrambi, di un modo di dare conoscenza di fatti e situazioni che non coincidono con il tempo presente. L'idealizzazione del "palazzo pubblico" della città italiana, insieme ad altre componenti caratteristiche della strategia visuale rinascimentale, costituisce un modello di progettazione del futuro che incontrerà presto i "linguaggi" teorici e concettuali dell'utopia moderna e tardo-moderna. Da Campanella a Cernicevski, da Bacon a Tarde, le logiche di costruzione dello spazio “ideale” alimentano un nuovo genere di escursione “escapologica” che ha valenze non solo architettoniche ma perfino politiche. Allo stesso modo, sebbene con un profilo rovesciato, possono essere lette le spazializzazioni negative che affollano la letteratura contemporanea. Sembra, per molti versi, che l'utopia come genere offra solo occasioni di dare nuove versioni infernocentriche del futuro. Alla luce della catastrofe imminente o prossima ventura, infatti, si ipotizzano ucronie negative che diventano veri e propri dispositivi con cui la società contemporanea processa se stessa ed emette un giudizio di condanna rispetto al proprio futuro.


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